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Categoria: Notizie-ambiente
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Dalla newsletter della LIPU del 10.4.20

INTERVISTA SUL LUPO

 

Professor Ciucci, siamo in grado di stimare la popolazione di lupi in Italia e dove si concentrano? Quanto è aumentata la popolazione in questi ultimi 50 anni?

 

R. Tranne per che l’ambito alpino, dove vivono attualmente circa 100-120 lupi in fase di rapida espansione, è difficile stimare con accuratezza la dimensione della popolazione per il resto del territorio. Oltre al fatto che si tratta di una specie elusiva, che vive a bassa densità (numero di individui per area) e dalle abitudini notturne, sono mancate negli anni iniziative quadro in questa direzione, con un coordinamento funzionale e, soprattutto, finanziamenti adeguati su scala nazionale. Tuttavia, estrapolando da stime realizzate in studi a livello locale possiamo grossolanamente ipotizzare una popolazione di circa 1500-1600 individui nel resto del territorio. Nei primi anni ’70, al culmine del rischio di estinzione del lupo nel nostro paese, poco più di un centinaio di esemplari sopravvivevano in pochi e remoti isolati montani dell’Appennino centro-meridionale. Oggi, dopo circa 50 anni, la popolazione è gradualmente ma sistematicamente aumentata fino a saturare la catena Appenninica e da qui espandersi anche in aree maggiormente antropizzate para appenniniche o anche pianeggianti in cui il processo storico di spopolamento delle campagne ha reso disponibili al lupo ampissime porzioni di territorio. Stesso destino per l’arco alpino, dal quale la specie era stata eradicata all’inizio del secolo scorso ma ricolonizzata spontaneamente da esemplari di lupo in dispersione dalla popolazione appenninica fin dal 1992, un processo che è attualmente tuttora in corso.

 

Da cosa dipende questo incremento? Come ha fatto il lupo a tornare tra noi?

 

R. I motivi principali di questo incremento, che di fatto non determina più da anni il rischio di estinzione demografica per la specie nel nostro paese, sono principalmente la protezione legale, la creazione di aree protette e la conseguente protezione di habitat critici, il recupero e la tutela delle principali specie perda (cinghiale, capriolo, cervo), l’abbandono delle campagne da parte dell’uomo. Ma soprattutto la grande capacità biologica di ripresa della specie che, date condizioni ambientali ideali, può mostrare un elevato tasso riproduttivo e grande capacità di dispersione di individui giovani e non ancora territoriali su scala del paesaggio.

 

Quali sono i problemi reali che porta questo aumento e quali invece gli aspetti positivi?

 

R. Innanzitutto gli aspetti positivi stanno senza dubbio nel grande successo di conservazione originatosi da una mutata sensibilità sociale verso le tematiche ambientali fin dai primi anni ’70 (quando la specie fu dichiarata protetta). Poi ci sono gli effetti ecologici che il lupo produce all’interno degli ecosistemi, primo tra tutti la predazione come fattore di controllo della densità delle popolazioni di ungulati selvatici. Un fattore che può avere conseguenze benefiche a cascata che si ripercuotono all’interno dell’intero ecosistema. Inoltre, ci sono anche aspetti positivi legati ad attività economiche come il turismo e le attività professionali associate (associazioni di ecoturismo, guide interpretative, fotografi naturalisti, etc.) che spesso usano il lupo, specie dall’indubbio valore simbolico ed evocativo, come testimonial e volano con un forte richiamo sul grande pubblico. Certamente l’incremento della popolazione di lupi sul territorio nazionale, specialmente in contesti caratterizzati da un’importante attività zootecnica, crea problemi di non facile soluzione, in quanto il lupo è un animale per natura predatore. La predazione a carico degli animali di allevamento, essenzialmente pecore ma anche vitelli e puledri specialmente se lasciati pascolare allo stato brado, genera frequentemente un importante impatto produttivo, economico ed emotivo per gli allevatori e questo impatto quasi sempre degenera in conflitti sociali esasperati, poco e male governati dalle politiche locali, regionali e nazionali.

 

Gli allevatori vedono come unica soluzione il poter abbattere i lupi nelle loro zone, atto vietato dalla legge e chiedono quindi di cambiarla. Ci sono altre soluzioni efficaci che possono essere messe in atto?

 

R. Questo non sempre è vero. Ad esempio gli allevatori in regioni come l’Abruzzo e la Basilicata convivono da generazioni con il lupo e non hanno mai richiesto interventi di abbattimento, essendo abituati alla convivenza e sapendo utilizzare accorgimenti e tecniche di guardiania utili a minimizzare l’impatto delle predazioni sui loro armenti. Laddove la specie è tornata a vivere dopo decenni di assenza, nelle stesse regioni in cui in tempi storici recentissimi c’è stata una chiara volontà di eradicazione del lupo, il conflitto sociale derivante per la presenza del lupo arriva ad assumere i toni più accesi ed esasperati. Conflitto che sì, è innescato dall’impatto delle predazioni sui domestici, ma è in gran parte dovuto ad una scarsa tolleranza verso la specie da parte di alcune vociferose categorie sociali.

 

Esistono dunque soluzioni che non siano l’abbattimento di questi animali?

 

R. Tecnicamente parlando, esistono modalità di pascolo e accorgimenti di guardiania che possono limitare efficacemente la predazione del lupo sugli animali d’allevamento (recinzioni metalliche fisse, elettriche, cani da guardiania, sorveglianza attiva del gregge nelle ore di pascolo, etc.), e ce lo dimostrano i tanti allevatori dell’Appennino centrale e meridionale che da generazioni convivono con il lupo. Ma sono accorgimenti che per farli funzionare costano fatica, soldi e ore di lavoro e non tutti sono disposti ad affrontare questi costi, specialmente se non vedono il lupo (e chi lo vuole proteggere) di buon occhio. E i programmi d’indennizzo, in base ai quali lo stato indennizza i danni subiti dall’allevatore, spesso non bastano a mitigare questo conflitto sociale che vola molto più in alto del costo del singolo capo abbattuto. Dunque, il problema è sostanzialmente di carattere sociale, non certo tecnico. Se non si affronta efficacemente il problema da questa prospettiva non ci si deve poi stupire se dalle zone recentemente ricolonizzate dalla specie, e dove l’impatto economico e sociale del lupo è più intenso e recente, esponenti politici locali richiedono, spesso platealmente, la possibilità di abbattimenti in deroga alla legge di protezione.

 

Chi vorrebbe cancellare le norme di protezione del lupo, li descrive come pericolosi anche per le persone, mettendo in guardia le famiglie che passeggiano nei boschi o vivono in campagna. Sono timori fondati? Il lupo aggredisce davvero l’uomo?

 

R. Assolutamente no. Ad eccezione di alcuni rari casi di ‘antropofagia’ documentati nel medioevo in condizioni igieniche, ambientali e sociali profondamente diverse dalle attuali, non ci sono casi riportati nemmeno di attacchi e tantomeno di predazione nei confronti delle persone. Il motivo per cui il lupo è ad oggi sopravvissuto in paesi altamente popolati come l’Italia è proprio grazie alla sua natura elusiva e alla intrinseca paura che nutre nei confronti dell’uomo. L’immagine istintiva che il lupo ha dell’uomo è quella di un nemico, di un predatore, non certo di una preda. Tuttavia, è sempre bene ricordarsi che il lupo è comunque un predatore e che una popolazione di lupi è composta da tanti individui caratterialmente e culturalmente differenti gli uni dagli altri, esattamente come lo siamo noi. Tenere la specie a distanza dai centri abitati, e monitorare l’eventuale insorgenza di comportamenti anomali nei confronti dell’uomo, è quindi importante per poter intervenire prontamente qualora si verificassero situazioni straordinarie.

 

Ultimamente la stampa ha parlato molto di casi di lupi “ibridi”. Cosa significa e quali problemi comporta?

 

R. Lupo e cane sono la stessa specie dal punto di vista biologico, ovvero se data loro l’opportunità, sono in grado di accoppiarsi e dare origine a ibridi fertili. Se poi questi riescono a reinserirsi all’interno della popolazione lupina in numero e con frequenza tali da non permettere la diluizione delle varianti genetiche (alleli) tipiche del cane, questo potrebbe paradossalmente portare ad una significativa alterazione del genoma del lupo se non alla sua estinzione genomica. Le caratteristiche (biochimiche, fisiologiche, morfologiche comportamentali) del lupo sono tali da permettere alla specie un continuo e adeguato adattamento alle condizioni ambientali in cui vive. Esse sono il prodotto, come per tutte le specie selvatiche di milioni di anni di selezione naturale, e sono tutte scritte su base genetica. Al contrario, il cane è il prodotto della selezione artificiale operata dall’uomo nel corso degli ultimi 12.000 anni, selezione mirata a produrre un animale, il cane, dalle mille e più bizzarre varianti di forma, taglia, morfologia, fisiologia e comportamento a piacimento e per interesse diretto dell'uomo. Sebbene il cane origini dal lupo, tramite selezione artificiale sono stati creati cani molto più piccoli o più grandi del lupo, cani che non hanno senso dell’olfatto e cani che lo hanno più sviluppato del lupo, cani che non sanno cacciare e cani che fanno solo quello, cani estremamente sociali e cani estremamente aggressivi. E tutte queste differenze sono su base genetica. Quindi l’accoppiamento misto tra cani e lupi andrà a produrre individui ibridi il cui comportamento (fisiologia, morfologia, etc.) sarà un mix tra quello del lupo e quello della razza del cane con cui è avvenuta l’ibridazione.

 

Dunque il problema non è di “purezza genetica” del lupo ma di carattere più generale, ecologico.

 

R. Esatto. Il punto sono proprio le importanti implicazioni che ciò ha in termini di integrità dell’ereditarietà evolutiva delle specie selvatiche che vogliamo tutelare (la conservazione, ricordiamocelo, è più che altro per le future generazioni), nonché per il ruolo ecologico del lupo in particolare, a sua volta conseguenza del suo comportamento sociale, riproduttivo e predatorio che nel cane sono stati profondamente manipolati dall’uomo. Lasciare dunque che il cane si incroci con il lupo sarebbe un atto di negligenza e irresponsabilità gestionale, specialmente se, come spesso accade, le condizioni in cui l’ibridazione avviene sono tutte di responsabilità dell’uomo, come la perdurante presenza di cani vaganti sul territorio e il bracconaggio del lupo, che ha l’effetto di scompaginare la coesione sociale del branco per cui il cane, da potenziale preda, diventa un partner riproduttivo del lupo.

 

Detto dei problemi e di come risolverli, parliamo della bellezza del lupo. Qual è, per lei, l’aspetto più affascinante di questi animali?

 

R.Sono moltissimi, ma personalmente prediligo l’intelligenza, le sofisticate forme di linguaggio, la socialità, la capacità di sviluppare vere e proprie forme di cultura locale, tutte caratteristiche che lo rendono molto simile all’uomo, o per meglio dire all’uomo che non si era ancora affrancato totalmente dalla natura. Anche per questo forse il lupo assume un simbolismo e un richiamo di potenza unica, che non è altro che il nostro desiderio fisico e mentale di una maggiore armonia con la natura.

 

Ha qualche consiglio per gli insegnanti ed educatori che vogliono parlare con i loro studenti del conflitto uomo /lupo o più in generale uomo-animale selvatico?

 

R. Il più importante suggerimento è di impostare qualsiasi ragionamento e discussione partendo dal presupposto che l’uomo e il lupo (come qualsiasi altra specie selvatica) hanno lo stesso identico diritto di esistere e di utilizzare le risorse che la terra mette loro a disposizione. L’uomo non è il padrone della Terra e il concetto di democrazia dovrebbe in qualche maniera estendersi anche alle altre specie viventi, tenendo presenti anche le loro necessità vitali. Vanno quindi trovate soluzioni di coesistenza e non solo di sfruttamento o di esclusione reciproca, e questo lo si può fare solo attraverso una corretta gestione dei sistemi naturali. Già, ma chi è che decide gli obiettivi e il percorso decisionale che sottintende la gestione? Ed è proprio qui che il lupo ci torna in aiuto, mettendo a dura prova la nostra civiltà e il nostro esercizio di democrazia.

 

 

Paolo Ciucci è docente di Zoologia e di Biologia e Conservazione della Fauna Selvatica all'Università La Sapienza di Roma, è autore di numerosi articoli scientifici su riviste internazionali e relazioni tecniche in ambito gestionale. Si è occupato prevalentemente di carnivori selvatici di gradi dimensioni, tra cui il lupo e, più recentemente, dell’orso nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise. Profilo Researchgate: https://www.researchgate.net/profile/Paolo_Ciucci Proflio Google Sholar: https://scholar.google.com/citations?user=EmcqzmIAAAAJ&hl=en